NON DOBBIAMO ASPETTARE,
MA AGIRE
Inutile perdere tempo sulle interpretazioni delle parole. A ciascuno di noi è chiaro il senso della battaglia in corso. Da una parte ci sono le forze della guerra, di cui USA e Israele sono la punta, e dall'altra coloro che hanno ben individuato la logica imperialista degli avvenimenti.
Per quanto riguarda l'Italia, da una parte ci sono i fautori delle guerre imperialiste, della collaborazione militare con gli USA e Israele, dell'appoggio a un’Europa del riarmo e dello scontro con la Russia. Dall'altra ci siamo noi, cioè coloro che sono contro le guerre e il riarmo e che in questi anni hanno manifestato la loro opposizione a ciò che sta accadendo.
Tutto ciò non è però bastato a bloccare il meccanismo infernale del coinvolgimento dell'Italia nelle politiche di guerra. Al punto che un personaggio come Tajani annuncia pubblicamente in questi giorni e senza problemi che bisogna accettare un prestito di 14,9 miliardi per riarmarci. Quindi dobbiamo preoccuparci seriamente e non affidare solamente alle parole o, come dice la compagna Marina Alfier nella lettera che ci ha inviato [qui], ad avvenimenti esterni che possano modificare la situazione. Abbiamo bisogno di una riflessione seria su come sono andate le cose da noi, analizzando i punti di forza e di debolezza per uscire dalla condizione in cui ci troviamo.
Sinteticamente la situazione si presenta in questo modo: da una parte c'è una forza che parte dalla destra, ma coinvolge anche quella che potremo definire sinistra del riarmo, che tende a mantenere il circuito delle relazioni dentro l'area dell'imperialismo occidentale, dall’altra c’è una tendenza, certamente non minoritaria, che è contro la guerra, anzi le guerre.
Questa seconda tendenza si è manifestata più volte e con forza in questi anni, sulla Palestina in particolare, ma non solo. Purtroppo alcune tendenze minoritarie hanno tentato di radicalizzare il movimento contro la guerra oltre la linea che può consentire una sintesi che tenda a tenere in piedi un movimento di milioni di persone. E come posizione speculare l'area moderata pacifista è caduta nella trappola del politicismo, che parla di pace, ma pensa a equilibri elettorali. Quindi ora è tempo di bilanci e di uscire dalla retorica e come al solito però i discorsi si sono avvitati su se stessi e non si è trovata la via d'uscita che dia alla gente, al popolo della pace, un punto di riferimento stabile.
Ciò favorisce ovviamente il governo Meloni che può gestire la situazione passando da un argomento all'altro, dall'immigrazione alla sicurezza, sfuggendo il giudizio degli italiani sulla questione principale, la guerra. Su questo non ci può essere mistificazione possibile e per questo bisogna delineare una strategia di ripresa del movimento che sia in grado di inchiodare il governo alle sue responsabilità. Peraltro la notizia che nel golfo persico sono stati inviati in gran segreto 700 militari italiani a collaborare alla guerra contro l'Iran rende esplicita e clamorosa la scelta italiana sulle guerre in corso. Non giriamoci attorno però, o si crea una forza, un movimento reale e permanente contro la guerra o passerà la rassegnazione e si affiderà al campo largo l'improbabile compito di sciogliere i nodi della guerra e della pace.
Uscire quindi dalle nicchie e dalle chiacchiere appare una necessità inderogabile se si vuole evitare il peggio.
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