IL FILO ROSSO
DELLA RIPRESA COMUNISTA IN ITALIA
Già in qualche occasione riferendoci alle prospettive di ripresa del movimento comunista in Italia abbiamo accennato alla necessità di una sorta di Salerno 2.0 . Con ciò intendevamo riferirci a quello che ha determinato lo sviluppo dell'organizzazione comunista in Italia a partire dal 1943 e alla impostazione strategica su cui quello sviluppo si è verificato. Le due cose hanno un'importanza non di poco conto nella valutazione della strategia dei comunisti oggi e cerchiamo di spiegare il perchè.
Quando il 25 luglio 1943 il fascismo è crollato, il PCI aveva poche migliaia di iscritti, la maggior parte dei quali reduci dalle prigioni e dall'esilio. A fine 1945, dopo la liberazione, il Partito comunista arrivò ad avere circa 2 milioni di iscritti. Un balzo in avanti enorme che è dipeso da vari fattori e in particolare dalla capacità di guidare la lotta armata, dai risultati della politica di Salerno e dal fatto che a Berlino i sovietici avevano piantato la bandiera rossa sul Reichstag.
Nella loro furia iconoclasta un certo tipo di antirevisionisti ha oscurato questi fatti e si sono limitati spesso a condannare le scelte fatte allora dai comunisti guidati da Togliatti e a rimuovere gli avvenimenti azzerandone il significato, ritenendo, dopo il crollo del PCI, che la storia ricominciasse daccapo.
Noi vogliamo invece fare alcune riflessioni che oggi ci possono servire a trovare una via d'uscita proprio partendo da quel periodo storico e dalla politica del PCI di allora.
Qual era l'essenza della politica di Salerno? Il nucleo della novità stava nel fatto che Togliatti, che peraltro prima del suo arrivo in Italia aveva concordato con Stalin le scelte da fare, nel decidere la linea da seguire valutò correttamente il quadro che la situazione presentava e gli obiettivi da raggiungere, ponendo così le basi concrete dello sviluppo di un movimento comunista in Italia aderente alla situazione.
L'obiettivo principale era la liberazione dell'Italia dai nazifascisti ma assieme a questo bisognava valutare anche gli effetti della presenza angloamericana in Italia, la necessità della ricostruzione di un paese distrutto dalla guerra e la nascita di una Repubblica fondata su una democrazia progressiva come punto di equilibrio delle forze in campo. Considerando appieno tutte queste circostanze, il PCI di Togliatti riuscì a rendere credibile la sua linea politica e a diventare un partito di massa con due milioni di iscritti e molti milioni di elettori. Ed è proprio Togliatti che nella conferenza del partito a Firenze (ottobre 1944) [1] aveva posto chiaramente la questione dicendo: o ci riduciamo ad essere una setta che predica il socialismo oppure dobbiamo dimostrare la nostra capacità nell'affrontare i compiti storici che la situazione pone.
La stessa domanda andava posta, e va posta ancora, a tutti quei compagni e compagne che dopo la liquidazione del PCI si sono posti il problema della ricostruzione. La superficialità bertinottiana e la confusione dei linguaggi con cui la parola comunista è stata declinata, hanno eluso la questione.
Quali sono dunque i compiti storici che, dopo la liquidazione del Partito comunista, stanno di fronte a chi vuole mantenere una posizione comunista?
Proprio per rispondere a questo interrogativo, e per superare lo stallo, abbiamo proposto un Forum comunista che riprendesse le fila di un discorso dentro cui, necessariamente, c'è anche il dibattito sulla degenerazione del PCI, un dibattito che va fatto senza sconti, ma anche senza schematismi.
Esso parte proprio da ciò che Togliatti disse nel 1944 a Firenze: o diventiamo una setta o affrontiamo in mare aperto le questioni che interessano gli italiani e in particolare i lavoratori. La storia di questi decenni insegna invece che la parola comunismo ha trovato la sua concreta materializzazione in gruppi identitaristi senza seguito oppure in soluzioni meticce dove per comunismo si intende un coacervo di ideologie massimaliste, neotrotskiste, movimentiste.
A nostro parere, e in contrapposizione a queste derive, nell'ipotesi di una ripresa, vanno riaffermate due cose:
in primo luogo che la ripresa deve essere in continuità coll'esperienza della fase ascendente del PCI e dell'asse strategico che guidava la sua azione e che è da ritenere ancora oggi valido. Anche nella fase storica attuale infatti bisogna, come allora, saper guidare una sorta di gramsciana guerra di posizione che incida sui rapporti di forza e cambi le prospettive nel lungo periodo; in secondo luogo, e contemporaneamente, vanno definiti i contorni dell'azione politica fuori dal massimalismo parolaio e dall'identitarismo fatto di sola propaganda.
Questa è dunque ciò che noi chiamiamo la nostra Salerno 2.0 su cui reimpostare il lavoro dei comunisti italiani.
Ma quali sono i compiti storici che ci indicano i percorsi da imboccare?
La politica di Salerno nacque in una fase storica in cui il fascismo crollava, l'URSS stava avanzando verso la vittoria e in Italia, dopo il 25 luglio 1943 si andava sviluppando un grande movimento di massa anche armato. Oggi in che situazione stiamo e da che cosa bisogna ripartire per non cadere nella logica della setta?
Sul programma di lavoro abbiamo scritto [qui] alcune considerazioni che dovrebbero essere l'inizio di una nuova esperienza che si dovrebbe sviluppare in parallelo alla costruzione di uno strumento che noi abbiamo indicato nell'Assemblea nazionale dei comunisti italiani.
Sul piano generale - cioè a che punto siamo, e su quale asse strategico dobbiamo muoverci - partiamo dal fatto che si è riprodotta oggi una situazione internazionale che per certi versi somiglia a quella della seconda guerra mondiale. Da una parte c'è l'imperialismo occidentale a guida americana che dopo aver fallito l'obiettivo di gestire un governo unipolare, lotta disperatamente per mantenere il suo dominio con le guerre. Dall'altra ci sono i paesi socialisti e quelli che vogliono conquistare o mantenere l'indipendenza dall'imperialismo occidentale.
La forma concreta del conflitto è sicuramente più articolata di quella degli anni quaranta del secolo scorso, ma la sostanza non cambia. Il punto di riferimento strategico di questa fase storica, per i comunisti, rimane, ora come allora, quello internazionale e su questo non vi è dubbio da che parte schierarsi e combattere. Si tratta, come all'epoca della seconda guerra mondiale rispetto al nazismo, di sconfiggere la pretesa dell'imperialismo occidentale a guida americana di dominare il mondo e questo diviene il punto di svolta per il destino dell'umanità, come lo fu il 1945.
Sul piano interno, quello nazionale, l'opera di ricostruzione di una forza comunista parte dall'esigenza di avere la capacità di intervenire per modificare i rapporti di forza e collegarsi alle tendenze mondiali. Non abbiamo bisogno di retorica, di appropriazione indebita di simboli, di scambiare il lavoro culturale di nicchia per sviluppo del movimento comunista. Qui non possiamo inventarci nulla per superare le difficoltà, dobbiamo affrontarle e le parole non bastano. Per questo si tratta di creare in partenza quel nucleo politico di comunisti che, sulla base del bilancio negativo di questi decenni, si decida a dare una svolta al modo di operare, fuori dalle nicchie culturali, dagli identitarismi, dagli schematismi e a trovare un modo di inserirsi nelle contraddizioni che la realtà esprime. Partiamo dal Forum, ma cerchiamo di andare più lontano.
Anche se oggi saremo minoranza, dobbiamo essere capaci, come comunisti, di dare corrette indicazioni politiche e dimostrare coerenza e determinazione nell'azione. Il dibattito da fare verte su questo e a questo obiettivo bisogna tendere. Cerchiamo dunque di non scambiare una capra con un elefante, questo per dire che la parola comunismo deve ritrovare quella dimensione che storicamente ha avuto come azione concreta di trasformazione della realtà.
Non sappiamo se il tentativo avrà successo, ma vale la pena provarci, se non altro per chiarirci le idee su come affrontare il futuro. Per questo vogliamo inaugurare una nuova fase di lavoro che serva anche come verifica su dove possiamo effettivamente arrivare. Uscire dal pallone del comunismo virtuale e ritrovare la concretezza dell'azione politica.
Note
[1] www.associazionestalin.it/togliatti_2_firenze.html