SCHEMA PER IL DIBATTITO
SUL MOVIMENTO COMUNISTA INTERNAZIONALE


1 - La natura del crollo del 1989
2 - La via cinese come alternativa al crollo
3 - La rottura dello schema di sviluppo novecentesco del movimento comunista
4 - Il movimento comunista dopo gli anni '90
5 - Per una teoria della rivoluzione socialista nel XXI secolo


1 - La natura del crollo del 1989.


  Il crollo dell'URSS e del socialismo in Europa non è un incidente della storia. E' il punto di arrivo di un processo rivoluzionario a guida comunista iniziato con Lenin e con la rivoluzione d'Ottobre che va indagato attentamente. Non si può passare oltre e affermare superficialmente che oggi l'essenziale è guardare al socialismo del XXI secolo. Non si può parlare di socialismo futuro senza fare i conti col 'socialismo reale' di cui i comunisti sono stati protagonisti. L'esperienza che si è conclusa negli anni '90 del secolo scorso è stata la chiusura di una fase storica in cui il movimento comunista ha tentato l'assalto al cielo e nonostante l'enorme importanza della sua esperienza ha dovuto fare i conti con la realtà. Anche se rimangono in piedi sia l'esperienza concreta di decine di anni di socialismo che una sedimentazione storica che condizionano ancor oggi i passaggi nell'attuale fase storica.

  Premesso questo dobbiamo domandarci se le cose potevano andare diversamente.

  Si poteva evitare il crollo? Intanto dobbiamo riconoscere che di controrivoluzione si è trattato e non di crollo. C'è differenza tra un crollo e una controrivoluzione e la differenza consiste nel fatto che la controrivoluzione non riesce a stradicare la memoria storica di ciò che è avvenuto, mentre il crollo è la liquidazione di un'esperienza che non ha fondamenta. Gli esempi a cui possiamo riferirci sono la Francia del 1789 e appunto la Russia del 1917.

  Da materialisti dobbiamo renderci conto che l'esito di una rivoluzione non si può stabilire a priori né si possono individuare i percorsi a tavolino. Quindi non è da prendere in considerazione il punto di vista di chi dà giudizi morali sulle vicende storiche e invece di capire i processi reali vuole chiudere la partita.

  C'è una domanda fondamentale che bisogna però prendere in considerazione e che non bisogna evitare: perchè c'è stata la controrivoluzione e perchè ha avuto successo?

  A chi si è dedicato all'analisi dei fatti con una impostazione materialistica dovrebbero essere evidenti due cose: che le tappe forzate dello sviluppo del socialismo del mondo di cui l'URSS è stata protagonista, pur avendo le basi oggettive su cui crescere, di fronte ad un sistema imperialista fortemente concorrenziale sul terreno economico e militare, non ha trovato, dopo la morte di Stalin, un gruppo dirigente del Partito che sapesse sciogliere i nodi che si andavano accumulando. Questo è il centro di una possibile analisi concreta di ciò che è avvenuto. E la conferma di questa tesi si può trovare nella vicenda cinese che ha avuto un altro esito. Anche in questo caso i problemi c'erano e dello stesso tipo, ma sono stati affrontati in tutt'altro modo e con altri esiti.

  Anche un'altra domanda bisognerebbe porsi: si poteva procedere, nel caso dell'URSS, diversamente, nella forma e nei tempi, nella costruzione del socialismo 'reale' per evitare le difficoltà che sono sopravvenute a distanza di molti decenni? Porre la questione ora per allora non ha senso. La costruzione del socialismo 'reale' non poteva essere soggetta a opzioni, ma alle necessità storiche che la situazione imponeva ed esse andavano affrontate con una logica rivoluzionaria e con l'esatta individuazione della natura del conflitto all'epoca in cui le scelte si presentavano.(Stalin,Mmateriali per una discussione).

  Le attuali vicende di Russia e Cina, Venezuela, Cuba e Corea, peraltro, non lasciano dubbi sulle natura del conflitto con l'imperialismo e sulle sue caratteristiche che anche oggi viene condotto senza esclusione di colpi. Quindi non è cambiato molto da allora. Bisogna perciò dedurre che i cambiamenti rivoluzionari non permettono giri di valzer e che di fronte a un nemico agguerrito non si possono concedere spazi. E questi spazi invece si è permesso che fossero occupati dalle vecchie borghesie revansciste delle democrazie popolari europee e dalla neoborghesia nata dalla crisi del sistema sovietico. Sotto la guida e il sostegno concreto dall'imperialismo occidentale. Questa è la responsabilità del gruppo dirigente del PCUS dopo Stalin.

  La crisi del socialismo nato dalla rivoluzione d'Ottobre non era però inevitabile. Ma i fatti si determinano sulla base dello sviluppo dei rapporti di forza e nel caso specifico si trattava dell'azione combinata della controrivoluzione interna, dell'intervento dell'imperialismo e dell'inadeguadezza di chi il socialismo doveva difendere. Questo ha fatto pendere dalla parte negativa l'ago della bilancia. E dagli anelli deboli della catena, Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia prima, fino al cuore dell'URSS poi, una concatenazione di fattori ha permesso che si ponesse fine alla fase del socialismo 'reale'. L'irresponsabile cialtronismo di Kruscev e la svendita dei paesi socialisti e dell'URSS fatta da Gorbaciov hanno portato al disastro un'esperienza rivoluzionaria fatta di lotte, di costruzione di basi socialiste e di guerre vittoriose.

  La storia del socialismo iniziata nel 1917 è dunque archiviata'?

  Inutile ricorrere alla retorica per dare risposte. Le considerazioni fatte finora non ci sembrano però retorica e noi le abbiamo abbozzate perchè potrebbero rappresentare un terreno di confronto con altri comunisti per arrivare assieme ad una analisi convincente di ciò che è successo negli anni '90. Finora un confronto serio non c'è stato e il Forum si ripropone di riaprire la partita. Quindi le considerazioni che abbiamo fatto sono premesse e punti di riferimento per la discussione, nella consapevolezza che senza una robusta formazione storico-teorica non si può 'rifondare' niente di comunista.

  Il comunismo è la storia reale del movimento comunista reale. Da questo bisogna partire per capire e andare avanti.


2 - La via cinese come alternativa al crollo


  Sappiamo, come dice Marx, che la vecchia talpa scava anche se in apparenza sembra che nulla stia cambiando e inoltre, si aggiunga, bisogna tener conto che non si può portare indietro la ruota della Storia. Questo ci induce a considerare, nonostante le sconfitte, l'enorme importanza dell'eredità che la rivoluzione d'Ottobre ci ha lasciato e su questa eredità si andrànno ricostituendo, nella forma storicamente determinata, la teoria e la prassi delle nuove trasformazioni rivoluzionarie.

  Così è accaduto in passato nelle varie fasi storiche che hanno visto i comunisti come protagonisti dal XIX secolo in poi e, se lo sviluppo storico nell'epoca del capitalismo e dell'imperialismo mantiene, come nei fatti avviene, una tendenza univoca dal punto di vista della natura delle contraddizioni, la base della ripresa non può che avvenire se non riannodando il filo rosso della trasformazione rivoluzionaria. Significa questo che il futuro è già cominciato?

  Prima di rispondere a questo interrogativo, bisogna ancora ritornare allo’antico, cioè al rapporto che esiste tra l'esito degli anni '90 e l'esperienza cinese odierna. E' necessario stabilire questo parallelo per vari motivi. Intanto per parlare di ciò che è avvenuto in Cina con la Rivoluzione culturale e con la vittoria di Deng. Poi si tratta di valutare l'importanza teorica e pratica del socialismo con caratteristiche cinesi a cui Deng ha dato vita e la differenza tra le due realtà, URSS e Cina, rispetto agli esiti.

  Sulla prima questione: la rivoluzione culturale e l'alternativa di Deng Xiaoping.

  Tutto è partito, com'è noto, dal fatto che Mao, nel contesto della polemica antirevisionista con i sovietici, decise di 'sparare sul quartier generale' per liquidare i dirigenti del partito che a suo parere avevano imboccato la via capitalistica. Questa scelta ha impresso una radicalizzazione nel partito e contro il partito comunista che ha determinato uno scontro al limite della guerra civile. Mentre la linea di Mao sembrava prevalere, l'episodio della morte oscura di Lin Piao ha dato il segnale che nel tessuto della società cinese, nel partito come nell'esercito, le opinioni non erano affatto omogenee e anzi, una volta liquidato il maggior esponente della Rivoluzione culturale dopo Mao, il vento stava cambiando. Al punto che si è verificato, vivo ancora Mao, quello che fu definito il 'rovesciamento dei verdetti' tanto nella politica estera del PCC che nella linea della costruzione del socialismo.

  In politica estera si passò dallo slogan popoli di tutto il mondo unitevi contro l'imperialismo americano all'apertura di relazioni con gli Stati Uniti sotto l'egida di Nixon e di Kissinger. Quell’apertura all'esterno era in realtà collegata al progetto di Deng di abbandonare la vecchia strada delle spallate (grande balzo in avanti e rivoluzione culturale) per trovare una via di sviluppo del socialismo puntando sulla capacità di mettere in moto le forze produttive che assicurassero la crescita economica, il benessere di massa e la capacità di alzare continuamente i livelli tecnologici della produzione compresi quelli più avanzati. Quello che non era riuscito in URSS per la cialtroneria, il conservatorismo e il tradimento dei dirigenti del PCUS è avvenuto invece in Cina.

  Diceva Deng, non è importante che il gatto sia nero o bianco, importante è che mangi il topo. Basandosi sulla politica dei 'fatti', la Cina è diventata, sotto la guida di Deng e dei suoi successori, un paese avanzatissimo sul piano della produzione, della ricerca scientifica e dello sviluppo delle relazioni economiche mondiali. La crisi che aveva travolto l'URSS e i paesi socialisti d'Europa veniva superata con quello che si è definito socialismo con caratteristiche cinesi che punta ad una realizzazione di lungo periodo dell'obiettivo su cui è nata la Repubblica popolare cinese, il socialismo.

  Chi ha una visione materialistica dello sviluppo del movimento comunista, e noi siamo tra questi, non può che prendere atto dei grandi risultati raggiunti dalla Cina, che non hanno solo una valenza interna, ma oggi condizionano lo sviluppo mondiale. Non solo perchè la Cina ha raggiunto un potenziale economico pari a quello degli Stati Uniti, ma anche perché ha stabilito relazioni politiche ed economiche in tutti i continenti in modo da costituire un’alternativa al ricatto imperialista. La Cina quindi è in grado di operare come deterrente verso l'occidente imperialista e questo indub­bia­mente favorisce lo sviluppo dei movimenti rivoluzionari e indipendentisti.

  Questa è la Cina moderna e i comunisti di tutto il mondo non possono non prendere atto di questa novità 'comunista' basandosi sui risultati, evitando la deriva di quei comunisti raggruppati attorno al KKE, il partito comunista greco, che la defini­sco­no un paese imperialista. Certamente la via imboccata dalla Cina, in prospettiva, dovrà tener conto delle contraddizioni che possono svilupparsi in un contesto in cui l'economia privata ha un ruolo importante e le relazioni internazionali impongono certe regole. Ma se andiamo a vedere qual è la politica estera cinese oggi, dobbiamo riconoscere che il suo ruolo di pace e di collaborazione internazionale rappresenta un deterrente per l'imperialismo occidentale e al tempo stesso sulle questioni determi­nanti, come è avvenuto a Tien An Men, a Hong Kong e rispetto a Taiwan, il governo mantiene saldo il timone rispetto agli obiettivi.

  La vecchia talpa ha scavato ancora e si ripresenta col volto del socialismo con caratteristiche cinesi.


3 - La rottura dello schema di sviluppo novecentesco
  del movimento comunista


  Ciò che è avvenuto in Europa negli anni '90 e in Cina dopo la rivoluzione culturale ha cambiato completamente il quadro entro cui si era sviluppato fino allora il movimento comunista. Per circa un secolo, bisogna ricordare, esso ha ruotato attorno all'Unione Sovietica e all'Europa che sono stati il centro dell'elaborazione anche teorica dei comunisti. E non poteva essere altrimenti dal momento che la prima rivoluzione socialista è avvenuta in Russia e la Terza Internazionale è nata in Europa e per molto tempo, inevitabilmente, l'attenzione è stata concentrata sui partiti e gli avvenimenti europei e qui sono state poste le radici più profonde con l'apporto teorico fondamentale di Lenin. Anche se non dobbiamo dimenticare che l'Internazionale comunista sin dalla sua fondazione ha anche lanciato la sua sfida all'imperialismo e al sistema dello sfruttamento mondiali. Si trattava della cosidetta ‘questione orientale’ che ha preso le mosse dalla conferenza di Baku negli anni '20 del secolo scorso. L'accusa di eurocentrimo che spesso viene evocata nelle discussioni sul movimento comunista non può pertanto nascondere il dato oggettivo, basato su un percorso storico difficilmente contestatabile. Di fatto l'egemonia europea nel movimento comunista è durata fino alla vigilia degli anni '90 del secolo scorso anche se le vicende interne al blocco socialista e lo scontro tra comunisti sovietici e cinesi avevano scosso profondamente gli equilibri di quello che era stato fino a quel momento l'asse storico di riferimento.

  Dopo il crollo dell'URSS questo asse storico, che teneva insieme il movimento comunista, è entrato in crisi e ciò ha avuto effetti devastanti nei rapporti tra i partiti e nella solidità delle loro relazioni. Bisogna anche tener conto che la crisi dell'Europa orientale si è sviluppata in parallelo a quella dei partiti comunisti dell'area occidentale dove, dagli anni '20 del novecento, si era creata una forte organizzazione operaia e comunista, in particolare in Francia e in Italia. La crisi del comunismo occidentale, la cui leadership non dimentichiamolo era rappresentata dal PCI, ha ulteriormente contribuito quindi a indebolire i riferimenti internazionali dei comunisti.

  Ogni comunista sopravvissuto alla catastrofe ha vissuto certamente il senso di isolamento e di sconfitta derivato da quella situazione che si accompagnava anche alla guerra infinita che gli americani avevano scatenato nell’illusione che si fosse arrivati alla fine della storia e si potesse realizzare un governo unipolare a guida americana.

  Il consolidamento geopolitico della Cina e il ruolo dirigente del PCC non hanno sostituito un nuovo equilibrio strategico del movimento comunista e questo va detto anche a chi ha cercato di sostituire uno schema ad un altro senza valutare a fondo la questione. Perchè la Cina non può diventare, nella fase storica attuale, il centro della riorganizzazione internazionale dei comunisti? La risposta non la diamo noi, ma sono i comunisti cinesi stessi a darla. Essi hanno definito il ruolo della Cina in questa fase storica su due binari paralleli paralleli, la costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi e lo sviluppo delle relazioni internazionali basate sulla pace e l'interesse reciproco. Ovviamente questi obiettivi sono perfettamente condivisibili dai comunisti, ad eccezione dei neotrotskisti del KKE e dei loro sodali, ma non mettono all'ordine del giorno l'aspetto più strategico che è la ragion d’essere di un movimento comunista internazionale, come è stato in altre fasi storiche.


4 - Il movimento comunista dopo gli anni '90


  Quando abbiamo pubblicato il libretto 'Per un'interpretazione materialistica della storia del movimento comunista' avevamo come obiettivo quello di aprire una discussione su come, storicamente, si era andato configurando il rapporto tra questo movimento e il processo di cui esso è stato protagonista. In sostanza abbiamo cercato di capire chi fossero i comunisti e perchè potevano definirsi tali.

  Ebbene, la conclusione che abbiamo tratto è che la definizione di comunista deve essere strettamente correlata al ruolo storico. Non esiste il comunista in astratto, ma il comunista in quanto attore di una trasformazione politico-sociale determinata.

  Per questo, il libretto a cui facciamo riferimento analizza le fasi storiche in cui i comunisti hanno agito come forza rivoluzionaria e le sue specifiche caratteristiche e abbiamo concluso che possono storicamente definirsi comunisti quelli che stavano con Marx ed Engels all'epoca della Prima Internazionale, coi bolscevichi e con gli aderenti alla Terza Internazionale all'epoca di Lenin, col movimento comunista che ruotava attorno all'URSS guidata da Stalin e, successivamente, col blocco dei paesi socialisti in Europa, la Cina, il Vietnam, la Corea, Cuba e i comunisti di tutto il mondo che ne sostenevano la causa in una prospettiva socialista comune, quello appunto che in sostanza veniva definito ‘campo socialista’.

  Oggi però come stanno le cose? Continuare a parlare di comunismo al di fuori di una prospettiva storica concreta è come pestare l'acqua nel mortaio. Per questo, dopo gli avvenimenti degli anni '90 del secolo scorso e la svolta cinese, la questione comunista, della crisi e delle possibilità di ripresa del movimento comunista, si è riproposta con forza. La domanda principale che si pone attualmente è questa: che cos'è il movimento comunista dopo la crisi?

  L'immagine che si ricava oggi del popolo comunista è quello di una comunità dispersa che non ha ancora ritrovato la sua prospettiva unitaria e cioè il suo ruolo storico e la sua capacità di espressione teorica. E' vero, oggi c'è una convergenza di interesse nella battaglia contro l'imperialismo occidentale a guida americana, ma le forze che partecipano a questa battaglia - gli islamici, i russi di Putin, il nazionalismo popolare dell'America Latina - hanno sistemi sociali e politici diversi. Dentro quest'area i paesi a direzione socialista, a partire dalla Cina, mantengono un'autono­mia nazionale di sviluppo che, al contrario del passato, non configura il carattere di un blocco di cui i comunisti sono la guida.


5 - Per una teoria della rivoluzione socialista nel XXI secolo


  Abbiamo messo in evidenza in queste note che dalla crisi degli anni '90 non è ancora emerso nel movimento comunista un punto di vista generale che spieghi le forme della trasformazione socialista nella presente fase storica. Eppure il movimento comunista, a partire da Marx ed Engels, è stato caratterizzato dalla capacità di individuare i punti di riferimento per la crescita della sua esperienza e soprattutto di definire una teoria della trasformazione che corrispondesse alle questioni poste dal processo storico. 'Proletari di tutto il mondo unitevi' è stata l'indicazione scaturita dall'esperienza dell'Associazione internazionale dei lavoratori di cui Marx ed Engels sono stati i fondatori e attorno ad essa si sono raccolte le masse operaie che si andavano organizzando contestualmente allo sviluppo del capitalismo.

  'Tutto il potere ai soviet e trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria' e fondazione dell'Internazionale comunista. Costruzione del socialismo in URSS e successivo sviluppo del campo socialista. Fronte mondiale per la vittoria contro il fascismo. Su questo percorso si è andata, di volta in volta, determinando la capacità dei comunisti di trovare il punto di unità e di avanzamento.

  Come si configura oggi la questione? Come si ricompone una prospettiva anche teorica di crescita e di avanzamento del movimento comunista?

  Quando il movimento comunista è avanzato ha avuto alle spalle sempre una spinta reale che ne ha determinato il risultato. Oggi ci troviamo in una congiuntura in cui la crisi dell'egemonia mondiale a guida americana corrisponde alla formazione di un blocco militare e economico che impedisce che la crisi venga superata a vantaggio degli Stati Uniti e dei loro alleati. Le guerre in atto in Ucraina e nel Medio Oriente danno la misura del grado di pericolosità a cui è arrivata la situazione. Il punto di unità del movimento comunista si misura oggi principalmente su questa questione e quindi va rafforzata la mobilitazione e la capacità di incidenza in tutto lo scacchiere in cui l'imperialismo opera e, per quanto ci riguarda, nell' U.E.

  La crisi dell'imperialismo è però anche crisi degli equilibri socio-economici dei paesi su cui si basa il suo dominio, per cui man mano che la crisi avanza produce dei processi di destabilizzazione sia nel cuore dell'impero che nelle aree in cui esso ha esercitato, o sta esercitando, il suo dominio. Quindi è chiaro che, nonostante il ritardo, il movimento comunista deve ritrovare la sua capacità di intervento non solo nella lotta contro l'imperialismo, ma anche nelle questioni specifiche che riguardano i singoli paesi e le singole aree del pianeta.

  Non è nostro compito qui entrare nel merito delle questioni, lo indichiamo però come compito per la crescita politica e teorica dei comunisti nel XXI secolo.