M5S, se l’opportunismo populista
si traveste da “partito della pace”
L’attuale strategia di Conte trova terreno fertile in una parte dell’opinione pubblica, attratta da un pacifismo generico e prigioniera della narrazione dei blocchi contrapposti.
Vito Saccomandi 18 Marzo 2025 Fonte: Micromega
Come annunciato, a più riprese, nelle settimane precedenti alla manifestazione europeista del 15 Marzo, Conte e il suo Movimento 5 Stelle sono stati l’unica forza di opposizione a disertare la piazza dello scorso sabato a Roma. Una presa di distanza accompagnata da dichiarazioni sulla stampa e da una piccola messinscena davanti al Parlamento europeo di Strasburgo, dove una cinquantina tra parlamentari, deputati e senatori hanno dispiegato uno striscione con la scritta “Basta soldi per le armi” e hanno lanciato una manifestazione alternativa il 5 aprile contro guerra, riarmo e carovita. Una combinazione di opportunismo politico, retorica populista e posizioni ambigue che permettono di pescare consensi e voti tanto nell’elettorato tradizionalmente di destra che in quello di sinistra, presentandosi come il “partito della pace” e unica forza di opposizione “alle élite tecnocratiche europee”.
Le critiche di Conte al piano RearmEU si inscrivono perfettamente nella narrazione ormai consolidata dai partiti populisti in tutta Europa: un discorso politico costruito attorno alla contrapposizione tra il popolo e l’élite, in cui, citiamo la classica anche se un po’ datata definizione di Betz, “l’uso senza scrupoli e la strumentalizzazione di sentimenti pubblici diffusi quali ansia e disincanto” diventano strumenti per rafforzare un’idea di comunità indistinta, contrapposta all’establishment corrotto. Un’operazione piuttosto semplice in un’opinione pubblica come quella italiana, dove il progetto della Commissione europea per la Difesa è stato oggetto di critiche che, se da un lato sono non solo legittime ma alcune anche sacrosante (per esempio quella che punta l’accento sulla necessità di una difesa comune e non di un riarmo dei singoli Stati europei, in sé non solo costoso e inutile, ma pure potenzialmente pericoloso), dall’altro sono spesso fondate su premesse discutibili se non proprio errate (per esempio la negazione dell’oggettiva minaccia rappresentata dalla Russia di Putin per la sicurezza in Europa o una visione piuttosto deterministica della storia per la quale un maggiore investimento in difesa debba significare automaticamente la preparazione alla guerra), informazioni frammentarie e, non di rado, su comode finzioni riguardanti il reale funzionamento dell’Unione europea.
Del resto, la storia stessa del Movimento 5 Stelle è attraversata da un’ostilità neanche troppo latente verso l’Unione europea, che ha trovato la sua espressione più evidente nell’alleanza parlamentare stretta a Bruxelles con l’Ukip di Nigel Farage, il partito della Brexit. Secondo l’ex capo e padrone Beppe Grillo “l’Unione Europea non ha futuro, è una nave di folli”, governata da meccanismi occulti e dagli interessi delle banche e questa linea sembra continuare a rappresentare il leitmotiv del movimento. Che sia Conte o Grillo a detenere la leadership, la linea politica del Movimento sembra rimanere immutata, smentendo così le aspettative di chi auspicava un radicale cambiamento e una piena trasformazione in partito politico strutturato, specialmente dopo la prima esperienza di governo e il progressivo inserimento nelle dinamiche del sistema politico italiano. Un’evoluzione rintracciabile anche nella storia dei suoi documenti statutari, dal Non-Statuto del 2007 fino al testo del 2021. Ma la trasformazione di un movimento anti-partito in un partito politico è un evento molto raro e, anche in questo caso, ciò a cui assistiamo sembra configurarsi più come un’evoluzione incompiuta. Persiste, infatti, nel Movimento l’animo di un partito extraparlamentare, anzi, con un’aperta ostilità verso i parlamentari stessi, in particolare quelli che siedono nei lontani scranni di Bruxelles e Strasburgo, bersaglio già in passato delle invettive e delle campagne denigratorie di Beppe Grillo e dei suoi Vaffa-day.
Eppure questa mossa sembra pagare (secondo Ipsos il M5S è cresciuto di quasi un punto percentuale proprio nell’ultimo mese) soprattutto a sinistra, dove Conte continua a godere di un certo consenso e viene spesso identificato come un possibile partner di coalizione o quantomeno un utile alleato per formare un’opposizione larga al governo Meloni. D’altronde le analisi e le interpretazioni politiche, mediatiche e accademiche del Movimento 5 Stelle si sono da sempre divise tra chi lo considera un classico esempio di partito populista, vicino alle istanze delle destra post-industriale definito attraverso la sua forte carica anti-elitaria, il ruolo di padre padrone del leader, la prefigurazione di un rivolgimento sociale immediato (ricordiamo tutti le le famose parole di Beppe Grillo all’indomani del suo #Tsunamitour: “Apriremo il parlamento come una scatoletta di tonno”), e chi ne sottolinea la vicinanza al patrimonio valoriale e alle parole d’ordine della sinistra e dei movimenti sociali. Neppure l’esperienza di governo giallo-verde con la Lega di Matteo Salvini è riuscita a porre definitivamente fine a questa querelle. Tuttavia, il governo Conte I sembra incarnare molte delle coordinate politiche che definiscono il Movimento. I decreti sicurezza e la chiusura dei porti non appaiono come una delle tante operazioni trasformiste di Conte e soci, ma come un elemento strutturale della loro visione politica.
In una recente intervista rilasciata a La Stampa e ripresa anche sul sito ufficiale del Movimento, Giuseppe Conte, nel delineare la sua generale opposizione al governo Meloni, parte dalla guerra in Ucraina per arrivare fino alla questione migratoria e al fallimento delle politiche di Fratelli d’Italia in questo campo. Meloni, sostiene Conte, non ha cuore gli interessi degli italiani, ma li svende alle “lobby” dell’Unione Europea, dei produttori di armi e a chi immagina “un’accoglienza indiscriminata”. La radice nazional-populista del Movimento è alla base anche delle grandi riforme sociali che li hanno visti protagonisti negli ultimi anni: come il reddito di cittadinanza, vincolato a dieci anni di residenza in Italia (e sanzionato per questo motivo dalla Corte di Giustizia europea) o le tante prese di posizione contro lo ius soli. Anzi, è proprio a partire da una perimetrazione della comunità politica che si possono articolare le forze in grado di contrastare la disgregazione sociale causata dalla “finanza” e della “globalizzazione”. Questo diventa un tema molto importante per riuscire a comprendere il profilo culturale e politico del M5S, per cui nella comunità nazionale si agita un conflitto tra il popolo (formato da partite Iva, negozianti, artigiani) e le grandi forze del mercato (lo Stato, l’Europa, le banche, le multinazionali). Quello del M5S non è altro che la riproposizione di argomenti propri della sinistra “populista” che quando critica il mercato lo fa attraverso valori conservatori, scimmiottando un anticapitalismo “romantico” che si concentra sul denaro e sul consumismo e mai sui rapporti capitale lavoro e la forma di merce. E le cui ricette per governare il mercato sono la sovranità nazionale, il nativismo e l’appello ad una supposta comunità organica da ricostruire.
In questo contesto, non sorprende affatto che l’ospite politico dell’assemblea costituente del Movimento dello scorso novembre sia stata Sarah Wagenknecht, leader del partito tedesco BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht, letteralmente “Alleanza Sarah Wagenknecht”). Una formazione fondamentalmente conservatrice con tratti anche razzisti, spesso definita come “rosso-bruna” per le sue ambigue posizioni nei confronti della Russia di Putin, recentemente salita agli onori della cronaca per il suo sostegno alla svolta restrittiva sul diritto di asilo in Germania promossa da CDU con l’appoggio anche del partito di estrema destra AfD. Proprio come il M5S, il BSW sembra concentrarsi sulle questioni redistributive, cercando di incarnare la voce della supposta “classe operaia bianca”, come se i migranti non fossero anch’essi lavoratori e lavoratrici.
Con Wagenknecht, così come con il premier slovacco Robert Fico, Conte aveva immaginato la possibilità di costituire un gruppo parlamentare a Bruxelles, caratterizzato da una ferma opposizione all’invio di armi in Ucraina e da un posizionamento “pacifista”, che ne avrebbe segnato l’identità politica. Un progetto, tuttavia, naufragato sul nascere, per l’impossibilità di raggiungere i numeri necessari a costituire un gruppo autonomo. Una retorica che Conte non sembra però aver abbandonato, come dimostra la recente operazione di accreditare il M5S come unica forza pacifista di opposizione.
Un’iniziativa che trova terreno fertile in una parte dell’opinione pubblica, attratta da un pacifismo generico e prigioniera della narrazione dei blocchi contrapposti.