UN NUOVO MODO DI INTENDERE IL SINDACATO
E LA RAPPRESENTANZA ORGANIZZATA DEI LAVORATORI


  Lo sciopero generale del 29 ha messo ancora una volta in evidenza le incongruenze di una situazione sindacale che, nonostante i decenni passati dagli anni '80, non ha ancora sciolto i nodi della riorganizzazione, dell'autonomia, dei criteri di rappresentatività dei lavoratori italiani e del modo di gestire le vertenze e le lotte.
  L'operazione consociativismo, messa in opera a partire da Luciano Lama con la sua teoria del salario come variabile dipendente, ha fatto scuola e ha avuto la sua puntuale applicazione nei modelli contrattuali, nelle normative di controllo dei conflitti sociali e nelle modalità di contrattazione stabilite di fatto dalla parte padronale.
  Questo modo di intendere il sindacato ha indebolito fortemente i lavoratori e la loro capacità contrattuale e, insieme ai grandi e continui processi di ristrutturazione, in particolare decentramento produttivo, delocalizzazione, precariato, ha reso difficile la resistenza modificando in negativo i livelli di vita dei lavoratori.
  Il sindacalismo di base è stato un tentativo di impedire che le organizzazioni confederali considerate maggiormente rappresentative continuassero nell'andazzo inaugurato da Lama, ma la parzialità delle esperienze, e spesso anche il minoritarismo con cui si è inteso questo modo di rispondere al consociativismo e alla subordinazione agli interessi padronali, non ha consentito di modificare sostanzialmente la situazione. E non poteva essere altrimenti dal momento che non era pensabile una risposta immediata e globale e quindi ci sono stati sì momenti significativi di lotta fuori degli schemi confederali, ma le proteste sono state riassorbite senza che si modificassero i rapporti di forza a favore di una completa e totale autonomia organizzativa dei lavoratori.
  Nonostante queste difficoltà però l'esperienza di questi decenni qualche risultato a casa lo ha portato. Intanto ha insegnato ai lavoratori che si può rispondere con la lotta anche quando i sindacati confederali dimostrano la loro inerzia o inadeguatezza nel rappresentare i loro interessi. Ma ancora più importante è stato il fatto che si è imposto il principio costituzionale della libertà di organizzazione sindacale. Questo riconoscimento sembra scontato, ma di fatto all'epoca delle prime esperienze di organizzazione indipendente, pensare che si potesse agire al di fuori dell'ambito confederale sembrava un’eresia e come tale veniva considerata soprattutto dalla parte imprenditoriale, ma anche a sinistra. Su questo punto però alla fine, e non senza resistenza, l'esistenza almeno formale di organizzazioni sindacali non confederali è diventata una realtà, (va detto però che a destra è stato sempre tollerato un sindacalismo giallo, prevalentemente del pubblico impiego, ma questa è un'altra storia).
  La domanda che si pone dunque oggi, rispetto anche allo sciopero generale del 29 novembre, è questa: in che modo va intesa la dialettica tra volontà e necessità di lotta e rapporti di forza sul campo e rispetto all'organizzazione dei lavoratori?
   Le teorie cosiddette antagoniste propongono un modello di azione che prevede una separatezza che di fatto permette il mantenimento degli steccati e soprattutto divide e depotenzia le lotte. Bisogna invece partire dal principio che una lotta è efficace se parte con una forza adeguata e capace di durare, come si usa dire, un minuto più del padrone.
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;Lotte avanguardistiche e simboliche non hanno nessuna possibilità di incidenza e i settori di avanguardia devono invece riuscire a influenzare la massa dei lavoratori e condizionare anche il comportamento dei confederali, coi quali bisogna comunque fari i conti, ma non solo sul piano delle parole e della polemica: bisogna in altri termini affermare, con il protagonismo e la partecipazione di chi lotta, la necessità di rompere gli steccati e gli ingabbiamenti. Uniti si vince non è solo uno slogan, è anche un'indicazione politica per chi vuole organizzare i lavoratori: un percorso difficile da praticare, ma ineludibile, e non ci sono scorciatoie.