CONSIDERAZIONI
SULLA QUESTIONE COMUNISTA

di Federico Giusti

  Cari\e, vorrei intervenire sull'ultimo post [QUI] con alcune scarne considera­zio­ni.
  In Italia esistono decine di organizzazioni comuniste, di gruppi che si sono dati la struttura organizzativa del partito, del collettivo o hanno optato per una prassi movimentista. Non c'è corrente comunista che non sia rappresentata in questo scenario nel quale qualsiasi prospettiva unitaria è da decenni destinata all'insuccesso.. 
  Forse, con il dovuto rispetto, abbiamo sbagliato strada, cerchiamo un luogo ricompositivo che tale non è, pensiamo di avere maggiori certezze rispetto ad altri, di essere depositari della verità
  Manca una analisi della realtà seguita da una azione conseguente, la stragrande maggioranza delle sigle comuniste conta pochi militanti, per lo più anziani (non tutti ovviamente), avulsi dalla realtà, dal mondo del lavoro, dalle dinamiche sociali.  Alcuni autoferrotranvieri hanno seguito delle assemblee recentemente convocate per unificare le lotte e gli scioperi, ne sono usciti con una sola certezza: non faremo mai un passo in avanti, sono cartelli ideologici di chi vorrebbe piegare il sindacato ai suoi desiderata.
  Se all'attivismo sui social corrispondesse una iniziativa sociale di pari portata oggi potremmo avere nuclei di operai comunisti nei luoghi di lavoro, realtà sociali e culturali attive in quasi tutte le città italiane e invece ci sono intere province dove non registriamo alcuna presenza.
  Il nodo della prassi è quindi fondamentale e viene più o meno eluso celando la pochezza dei numeri dietro analisi che poi si leggeranno in pochi, destinate a riempire i social ma senza indicazioni utili ad agire nella realtà.
  Dovremmo prendere atto che forse la classica esperienza organizzativa del partito sta palesando da tempo limiti oggettivi.
  Non ho ricette di sorta da proporre ma una certezza si: il 90 per cento delle realtà comuniste sono avulse dalla realtà e sorrette dalla cieca ideologia. Se un loro militante dovesse trovarsi da solo in un quartiere o in un luogo di lavoro non saprebbe muoversi come avanguardia, resterebbe isolato a guardare il mondo senza organizzarsi con altri per cambiarlo.
  Saluti



  Caro Federico,
  partiamo da ciò che dici nell'ultima frase e cioè che “se un militante comunista dovesse trovarsi da solo in un quartiere o in un luogo di lavoro non saprebbe muoversi come avanguardia e resterebbe isolato a guardare il mondo senza organizzarsi con altri per cambiarlo”.
  Noi siamo molto consapevoli di questo e pensiamo che la parola comunista non sia stata coniugata finora con un progetto vero di trasformazione della società storicamente adeguato. sicchè si è rimasti in questi decenni dentro una concezione improvvisata e ideologica della questione che avevamo di fronte, dando vita ad avventure senza futuro.
  La situazione oggettiva, la trasformazione della situazione mondiale che ha modificato i parametri di azione dei comunisti, ivi compresa la svolta cinese, non ci hanno facilitato la strada, ma rimane il fatto che, come diciamo nel titolo del testo a cui fai riferimento, c'è stata sempre in Italia una coazione a ripetere gli stessi errori di soggettivismo e di personalizzazione dei problemi.
  Un'ipotesi di ripresa comunista presuppone invece che si indaghi su come le contraddizioni reali supportino un tale progetto e come sia possibile esprimerla in una realtà come quella italiana attuale.
  Questa è la discussione da fare, il che comporta ovviamente anche le verifiche sul terreno dalle quali ricavare una guida politica e teorica del percorso da compiere.
  Prima cominciamo e meglio è per uscire dalla palude in cui ci dibattiamo. Col pessimismo dell'intelligenza, ma anche con la determinazione ad affrontare veramente i problemi, come è avvenuto nella storia del PCI prima della sua mutazione genetica e cercando di non buttare il bambino con l'acqua sporca.

Il Forum italiano dei comunisti


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