I COMUNISTI NEL XXI SECOLO
appunti per una discussione


  Il testo che segue serve ad aprire una discussione sulle prospettive politiche che si aprono in questa fase storica e in che modo si configura il ruolo dei comunisti. Non abbiamo bisogno di tesi che esprimono una ortodossia depotenziata, ma di un uso del patrimonio teorico comunista per dare una base effettiva per la trasformazione di ciò che la realtà oggettiva impone. Aprire una discussione su questo serve anche a superare il caos politico a cui i cattivi maestri della sinistra radicale ci hanno abituato.


  Il compito che dobbiamo porci è quello di individuare la funzione del comunisti nel xxi secolo in rapporto alla situazione oggettiva e saperla collegare agli avvenimenti che hanno investito il movimento comunista a partire dagli anni '90 del secolo scorso.

  Nell'impostare l'analisi ripartiamo dai contenuti del nostro libro IL SOCIALISMO NEL XXI SECOLO con cui abbiamo tentato di interpretare in maniera dialettica la storia del movimento comunista organizzato. Cercavamo di dimostrare in questo modo che le caratteristiche del partito dei comunisti sono mutate in rapporto alle fasi storiche che esso ha attraversato Quindi una visione non statica di come i comunisti si sono presentati alla ribalta della storia a partire dall'800 e che ci può aiutare oggi a trovare un canone interpretativo adeguato.

  In ognuna di queste fasi abbiamo constatato che l'organizzazione dei comunisti ha definito il proprio modello di azione in rapporto alla funzione che doveva concretamente svolgere. Con Marx ed Engels e con l'Associazione Internazionale dei Lavoratori il movimento dei comunisti si è preoccupato di dare un senso universale alle basi scientifiche che erano state elaborate dai suoi fondatori. L'esperienza non è andata e non poteva andare oltre questa funzione e si è conclusa col trasferimento dell'Internazionale a New York per chiudere definitivamente un'epoca.

  Poi, alla fine del diciannovesimo secolo, dopo l'esperienza della Iª Internazionale, il modello di riorganizzazione dei comunisti è stato quello dei partiti socialisti che avevano assorbito la dottrina di Marx ed Engels che in quella fase veniva declinata come necessità di creare il partito di massa dei lavoratori che mirava a conquistare il potere politico con le elezioni per trasformare la società capitalistica in un sistema socialista.

  Il modello non dialettico e non rivoluzionario che ha caratterizzato i partiti socialisti della IIª Internazionale si è evidenziato con la guerra mondiale imperialista del 1914-1918, quando una serie di partiti socialisti europei, in particolare in Francia e Germania, hanno votato i crediti di guerra e si sono schierati con la propria borghesia. Lo slogan PROLETARI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI veniva rinnegato e si imponeva il modello socialdemocratico che dimostrava il proprio opportunismo di fronte ai compiti della storia.

  Si trattava, come disse Lenin nel suo testo sul 'rinnegato Kautsky', del passaggio del capo della IIª Internazionale dal marxismo alla difesa della guerra imperialista. Ed è proprio Lenin che, di fronte alla guerra imperialista, ripropone la riorganizzazione rivoluzionaria dei comunisti. Dalla definizione di socialdemocrazia si passa a quella di partiti comunisti per affermare, sulla base della elaborazione leniniana, una nuova forma di organizzazione per la conquista del potere con la rivoluzione proletaria e col modello adottato dalla Internazionale comunista con la piattaforma dei 21 punti che doveva caratterizzare l'azione dei nuovi partiti.

  Anche questo modello però, nonostante l'apparente continuità, subirà una sostanziale modificazione dopo gli anni '30 del secolo scorso. E' la realtà che impone ai comunisti della Terza internazionale a guida staliniana di prendere atto dello sviluppo del fascismo in Europa e della preparazione della nuova guerra imperialista. Sulla base dei nuovi avvenimenti muta sostanzialmente la strategia dei comunisti che, con il VII congresso dell'Internazionale, delineano la politica dei fronti popolari antifascisti per affrontare la nuova guerra mondiale avendo come perno la difesa del socialismo nell'URSS e la lotta internazionale contro il fascismo, cogliendo, dopo molte indecisioni, i caratteri della nuova situazione.

  La vittoria sul fascismo, di cui l'Unione Sovietica e la resistenza armata delle formazioni comuniste sono state l'elemento determinante, con l'URSS enormemente rafforzata, con la nascita delle democrazie popolari in Europa, con lo sviluppo e la vittoria dei comunisti in Cina e la resistenza del popolo coreano dopo l'aggressione americana del 1950, con il processo di decolonizzazione che avviene in rapporto di stretta solidarietà col campo socialista, con la rivoluzione cubana e la vittoria vietnamita, col rafforzamento dei partiti comunisti in varie aree del mondo, tra cui l'Europa, si è creato dopo la seconda guerra mondiale un vasto campo socialista che ha condizionato e facilitato lo sviluppo dei movimenti rivoluzionari e antimperialisti nel mondo. La guerra fredda è stata in sostanza la reazione del sistema imperiale a guida americana di fronte all’emergere di questa nuova realtà: lo spettro del comunismo.

  L'apertura di una fase controrivoluzionaria in URSS dopo il 1956 ha messo in crisi però l'architettura del movimento comunista come storicamente si era configurata dopo la rivoluzione d'ottobre. Il grande crollo che ha investito non solo l'URSS, ma anche le democrazie popolari e i grandi partiti di massa dell'occidente europeo, ha creato una fase di stagnazione pratica e teorica del movimento comunista, anche se, laddove i comunisti sono rimasti al potere, hanno non solo dimostrato una forte capacità di resistenza ma, come nel caso della Cina, hanno impostato una nuova strategia d'attacco al dominio imperialista occidentale, nelle forme del socialismo con caratteristiche cinesi. Fino ad oggi però, a nostro parere, nel movimento comunista non si è arrivati ancora a compiere una seria analisi delle ragioni della crisi, della svolta cinese, della liquidazione dei partiti comunisti europei che faccia capire i dati oggettivi da cui questi avvenimenti sono scaturiti e, contemporaneamente, su quali basi e come si possa e si debba riproporre un'egemonia dei comunisti nel mondo che non sia di pura sopravvivenza ideologica.

  Tenendo conto del carattere dialettico del pensiero comunista rispetto alla realtà dobbiamo aspettare che la vecchia talpa continui ancora a scavare per risalire alla luce.

  Ora però è la situazione mondiale che impone anche ai comunisti, per sopravvivere dopo decenni di stasi come forza reale della trasformazione, un nuovo pensiero interpretativo universale, non come ideologia, ma come capacità di esprimere un'ipotesi per sciogliere i nodi che si sono accumulati e avviare una nuova fase del cambiamento degli assetti economici e sociali.

  Per capire la nuova situazione, partiamo dal fatto che, contrariamente alle aspettative dell'occidente capitalistico, il crollo dell'URSS e delle democrazie popolari dell'Est europeo non ha portato a un rafforzamento dell' egemonia degli USA e dei suoi alleati nel mondo. Confermando quello che diceva Marx quando scriveva che non si può portare indietro la ruota della storia, le cose sono andate diversamente dalle aspettative. La Cina con il suo socialismo con caratteristiche cinesi è diventata di fatto la più avanzata e potente nazione del mondo; la rivolta di alcuni paesi dominati dall'imperialismo americano ha messo rapidamente in crisi la sua strategia aggressiva; la linea della Russia, sotto la direzione di Putin, ha bloccato il processo di disgregazione del paese avviato da Eltisin e Gorbaciov impedendo un cambiamento definitivo dei rapporti di forza mondiali.

  Non si tratta solo di questioni geopolitiche. Le controtendenze provocate da questi fatti hanno avuto un effetto dirompente nell'equilibrio dell'occidente imperiale. Lo sviluppo eccezionale delle capacità economiche e tecnologiche della Cina, la resistenza della Russia alla omologazione occidentale, il determinarsi di una resistenza armata in grado di sfidare gli USA in Medio Oriente, la nascita dei Brics in alternativa al controllo del dollaro e delle relazioni economiche internazionali da parte degli americani, hanno messo gli USA e l'UE in una situazione di crisi sistemica da cui non riescono a uscire. Stavolta la crisi è economica e militare allo stesso tempo. Il trumpismo e l'accelerazione della fase imperialista velleitaria dell'UE ne sono l'aspetto evidente. Questa realtà sta determinando quella che Marx individuava come la base del crollo di un sistema sociale che nel caso specifico è la impossibilità di allargamento della riproduzione del capitale nella fase imperialista.

  Dobbiamo dunque domandarci se siamo alla crisi finale e come si sta manifestando.
  Non vi è dubbio che ci sono fattori che fanno pensare che siamo arrivati a questo punto della storia dell'umanità. Il capitalismo nella sua fase imperialista putrescente si sta dimostrando incapace di recuperare la propria egemonia nel mondo e questo comporta come conseguenza immediata la crisi delle società opulente dell'occidente e un processo di allargamento della spinta dei paesi ex coloniali a liberarsi dei vincoli delle vecchie potenze coloniali e degli USA. In altri termini il cambiamento sistemico si sta dimostrando una necessità oggettiva che va aldilà dello scontro politico, di classe, militare che c'è sempre stato, ma dentro cui il sistema imperiale aveva saputo riprendersi e infliggere i suoi colpi. Ora ogni tentativo di ripresa sembra bloccato e porta alla conclusione che un cambiamento sistemico è all'ordine del giorno.

  Quali sono i dati su cui si basa questa valutazione?
  Possiamo riassumerli così:


● l'impossibilità dimostrata del sistema imperiale americano di andare a uno scontro diretto con Russia e Cina, come anche di utilizzare paesi come Ucraina e Israele per mettere in crisi lo schieramento avversario. La guerra come prosecuzione della politica si sta dimostrando impraticabile e laddove viene usata aumenta le contraddizioni di chi la gestisce.

● come si è detto in precedenza il gap non è solo geopolitico. Esso genera la crisi degli equilibri sociali dell'occidente e impone la necessità di cambiamenti radicali dei modelli di gestione dell'economia e della società e delle stesse relazioni internazionali.


Ovviamente lo sviluppo di questa crisi va attentamente valutato per dare alla strategia e alla tattica dei comunisti una base interpretativa solida. In sostanza si tratta di rispondere alla domanda: quali saranno le caratteristiche inevitabili dei cambiamenti che si prospettano?
  Il dibattito tra comunisti riparte da qui. E questo significa non solo avere coscienza del proprio passato storico, visto come un percorso unitario seppure dialettico con la storia mondiale, ma capire qual è il ruolo e la responsabilità di un movimento comunista nella fase attuale.
  Questo ruolo non è affatto scontato e automatico, ma dipenderà da come, di fronte agli avvenimenti, i comunisti sapranno svolgere la loro funzione di avanguardia nel cambiamento nello stato di cose presente e riaffermare anche nel XXI secolo non solo la validità delle basi teoriche, ma anche il carattere rivoluzionario della propria esperienza pratica.

  Molti comunisti si affidano all'ideologia per dimostrare l'automaticità del loro ruolo, ma questo è un modo opportunista e inerte di far fronte alla situazione. Come in altre epoche storiche , il movimento comunista ha bisogno anche oggi per assolvere ai propri compiti di una rivitalizzazione della propria capacità di analisi, un'analisi che comprende il recupero del metodo materialista-dialettico di definire i compiti dell'avanguardia comunista senza ripetere schemi che corrispondevano a circostanze storicamente determinate.

  Oggi, come è avvenuto in passato, dobbiamo dunque vedere qual è il punto principale della contraddizione e verificare se il sistema imperiale occidentale sta per essere travolto dalla situazione che si sta producendo nel suo stesso seno e investe il cuore del sistema economico e politico imperialista e le aree da esso dominate. In questo contesto dunque ogni organizzazione comunista deve saper fare la sua parte, accumulando le forze per battere il proprio avversario nazionale dentro una visione globale delle contraddizioni e dei rapporti di forza. E anche tenendo presente ciò che diceva Mao quando sosteneva che quando il cane cade nell'acqua bisogna continuare a bastonarlo finchè anneghi.

  In conclusione, per la sopravvivenza dei popoli siamo costretti a uscire dal caos in cui ci ha portato l'occidente imperiale. E qui si dimostrerà se i comunisti sono all'altezza della sfida, necessariamente con la lotta, imparando a combattere e prevedendo anche i contraccolpi reazionari che, come ben si può constatare, si stanno delineando negli USA e in Europa, passaggi che dobbiamo prevedere e dentro i quali solo un'organiz­za­zione comunista attrezzata ai compiti storici può pensare di soprav­vi­vere.

  Nel grande caos in atto, la realtà si presenta però con un sistema di specchi che la deformano e che noi dobbiamo vedere invece con lucidità per colpire l'avversario, capire i rapporti di forza, riconoscere i connotati di classe e il filo rosso che porta alla trasformazione del sistema liberista esistente.
  I movimenti politici e di massa che si esprimono sono invece complessi. E nell'immediato confondono la prospettiva. Per questo è necessario che la ripresa dei comunisti sia accompagnata da una forte capacità di elaborazione del pensiero comunista che è altra cosa della ripetizione ideologica dei principi. Il pensiero comunista è analisi scientifica delle contraddizioni e capacità di trovare la soluzione alle questioni che sono sul tappeto in una prospettiva di cambiamento dei rapporti sociali.



I NODI DELLA RIPRESA COMUNISTA IN ITALIA

  Quando ci siamo proposti di capire in che modo andava definito l'asse strategico della riorganizzazione dei comunisti italiani abbiamo fatto riferimento alle due grandi figure di intellettuali e di dirigenti politici che ne hanno determinato il destino, Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. Come per l'intera storia del movimento comunista, anche nel caso italiano non possiamo esimerci dal fare un collegamento tra i precedenti storici e la situazione attuale, per capire i salti dialettici che sono intervenuti, ma anche gli elementi di continuità che incidono sulle scelte da fare oggi.
  Ma tra il passato e il presente c'è il buco nero della liquidazione del P.C.I. che sembrerebbe impedire la ricomposizione di una continuità storica. Questo si è dimostrato vero per molti che si considerano comunisti, ma non deve esserelo per quei comunisti italiani che hanno compreso la lezione insita nella storia del P.C.I., i quali per ritrovare il giusto profilo strategico devono essere capaci di condurre su questo una grande campagna di orientamento, sia mettendo in chiaro quali sono state le svolte che hanno determinato lo scioglimento del partito, sia recuperando un’eredità che contiene preziose esperienze che possiamo utilizzare per la ripresa.
  Non bisogna dunque buttare il bambino insieme all'acqua sporca.

  La domanda da porre dunque è che cosa occorre recuperare dell'esperienza storica e quali sono le caratteristiche dell'epoca attuale che stabiliscono un nesso tra passato e presente e danno un senso concreto e non ideologico alla riorganizzazione dei comunisti. Se andiamo ad esaminare la storia del P.C.I., quella che lo ha reso il più grande partito comunista dell'occidente, dobbiamo riconoscere che Gramsci e Togliatti hanno posto le fondamenta non solo di un partito capace di un'analisi scientifica che individuava le forze motrici della rivoluzione italiana, ma anche di una gestione politica successiva che, con la Resistenza, la Repubblica e la Costituzione, ha contribuito a delineare un passaggio epocale nella fisionomia e nel carattere dell'Italia contemporanea.

  Questi valori perciò vanno recuperati non solo come memoria storica, ma come fattori ancora fondamentali per l'affermazione di un metodo di lavoro politico del partito e per la connessione tra passato e presente di un percorso per la trasforma­zio­ne dell'Italia. In sostanza si tratta di discutere non come, appellandosi all'ortodossia, peraltro variamente interpretata, dei vari 'comunismi' rifondati possa nascere una nuova esperienza di organizzazione comunista,, ma come questa si configuri come parte del processo storico in cui si è sviluppata la dialettica tra partito comunista e società italiana.

  E' in questo contesto che emerge la questione della Costituzione repubblicana non come ‘la più bella del mondo’ come viene vezzosamente definita dai liberal­demo­cra‑tici, ma come prodotto storico di un grande movimento per la trasformazione della società italiana. Ora che si parla a livello mondiale di un’esigenza oggettiva di cambiamento sistemico, dovuto all'impossibilità delle forze liberiste di continuare a gestire il vecchio mondo, bisogna decidere se la Costituzione del '48 rappresenti o no il passaggio che deve caratterizzare l'Italia in questa fase storica. Questa valutazione ovviamente è connessa a un dibattito che va fatto fino in fondo e la risposta va cercata nella comprensione delle caratteristiche e delle contraddizioni della situazione italiana e pone anche il problema della lotta al massimalismo e all'anarco-sindaca­li­smo come forme primitive di azione politica.

  Partiamo comunque dal fatto che non siamo nel 1917, ma in un momento in cui le trasformazioni necessarie e oggettive dovute alla crisi del sistema imperiale investono sì la dimensione internazionale, ma lo faranno prevedibilmente in modi diversi, con il cambiamento delle relazioni internazionali, con una modifica dei modelli socioeconomici dei paesi dell'occidente, con la liberazione dal controllo imperialista di una serie di paesi che hanno bisogno di uno sviluppo indipendente e di un assetto sociale che li liberi dalla povertà e dal sottosviluppo e con il contributo dei paesi che sono di ostacolo al dominio imperiale occidentale, a cominciare dalla Cina. Ciascuna di queste questioni avrà dunque un suo modo specifico di trovare le soluzioni adeguate. Non sarà il socialismo ovunque, ma un cambiamento epocale in cui l'umanità potrà liberarsi dei fardelli più pesanti che ne hanno condizionato la vita.

  Per quanto riguarda l'Italia, tenuto conto di come si presenta il conflitto economico e di classe, la ripresa comunista è ancora tutta da impostare. La degenerazione e la liquidazione del P.C.I. hanno segnato profondamente i rapporti di forza a favore dei rappresentanti del neoliberismo atlantico mascherati da sinistra democratica e l'ondata di destra scaturita da quel modo di governare ha portato al governo forze di destra e di diretta derivazione neofascista che rendono la situazione molto rischiosa e soggetta a svolte autoritarie, con leggi speciali ed esercito nelle piazze. La lotta alla destra e il rifiuto della partecipazione dell'Italia alle guerre diventa dunque contestuale allo scontro sulle questioni sociali. Si tratta di obiettivi largamente condivisi da settori importanti della popolazione il che rende possibile la costituzione di un fronte politico costituzionale che apra una fase nuova. Domandiamoci dunque se questo è l'obiettivo su cui si possono realizzare il massimo di unità e di forza per realizzare quel cambiamento che riteniamo oggettivamente necessario.

  Finora i comunisti non sono riusciti ad esprimere una forza effettiva nello scontro politico e di classe che facesse emergere con chiarezza questo obiettivo. Questo ha determinato, in presenza di forti conflittualità, una direzione degli avvenimenti che risente di un massimalismo che non delinea una prospettiva politica. L'avanzamento di un processo di trasformazione, quale si richiede nella situazione presente, ha bisogno di un partito che abbia una visone d'insieme delle questioni aperte sul piano internazionale e su quello interno. La correlazione tra riorganizzazione comunista e prospettiva politica diventa perciò una necessità improrogabile, senza la quale si continua a pestare l'acqua nel mortaio.



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