I PUNTI DI ANALISI PER RISPONDERE
ALL'ESIGENZA DI UN NUOVO CORSO
SULLA QUESTIONE SINDACALE

  Nel quadro della festa del PCI di Torino, che si svolge dal 10 al 13 settembre, nella serata di sabato 12 (ore 21) si terrà un incontro tra diverse realtà sindacali (USB, CUB, CGIL, COBAS) per discutere della rimozione degli ostacoli che si frappongono al protagonismo dei lavoratori e dunque all’inversione dell’attuale grave situazione per quanto riguarda condizioni salariali e diritti. Quello che segue è un contributo alla discussione da parte del Forum italiano dei comunisti.

  Siamo all'inizio della discussione e non possiamo dare certezze sulle conclusioni, ma si sente l'esigenza di uscire dalla propaganda, vedere la realtà che abbiamo di fronte e pensare come affrontarla.
  Una prima questione riguarda i lavoratori e su questo la domanda è: a che punto siamo rispetto alla capacità di tenuta del movimento sindacale? A nostro parere le cose, da questo punto di vista, per il concorso di differenti cause, si pongono in maniera drammatica. La prima e la più importante è di natura oggettiva. I processi di logoramento del sistema produttivo e dell'articolazione organizzativa e professionale che esso ha subito hanno depotenziato la capacità di tenuta di un sistema contrattuale permettendo operazioni che rendono molto difficili oggi risposte adeguate e soprattutto hanno portato a un regresso della combattività dei lavoratori. Non è un caso se in Italia ci sono i salari più bassi d'Europa, il sistema pensionistico tra i peggiori e modalità di precarizzazione dei rapporti di lavoro che portano alla divisione tra lavoratori e a maggiore capacità di controllo del padronato pubblico e privato.
  Queste affermazioni appaiono ovvie e ripetute nel tempo, ma quello che manca è la risposta su come in queste condizioni si possa e si debba affrontare la questione sindacale. Da qui bisogna partire. Inutile inventarsi gridi di battaglia che poi non rispondono a possibilità reali. A questa condizione generale, peraltro, corrisponde anche una ripresa della capacità di gestione confederale della contrattazione. Bisogna sottolineare a questo proposito che negli ultimi tempi si sono rinnovati molti contratti di categoria: tutti quelli del pubblico impiego, i metalmeccanici e altri ancora. Tutti questi contratti, ad accezione di quello della pubblica amministrazione centrale che la CGIL non ha firmato ed è stato oggetto di un referendum perso da chi lo aveva contestato, sono stati condotti in porto da CGIL-CISL-UIL senza che ci sia stata opposizione da parte dei lavoratori a cui questi contratti si applicano. Non si tratta quindi solo di passività dei lavoratori, ma anche di una riaffermazione dell’egemonia contrattuale dei confederali di cui dobbiamo tener conto se vogliamo veramente affrontare la questione sindacale.
  Il panorama che abbiamo di fronte non è però solo questo. Il mondo del lavoro salariato è abbastanza frantumato. A fronte di importanti settori del lavoro dipendente in cui, seppure con inadempienze e difficoltà, esiste una regolare contrattazione, abbiamo l'universo del lavoro nero, del lavoro mascherato anche da cooperative, appalti e subappalti che indeboliscono il potere contrattuale del lavoro dipendente. Su quest'area di lavoratori il sindacato confederale è meno presente perchè la sua presenza renderebbe più conflittuale il suo ruolo e non è questo che CGIL-CISL-UIL vogliono. Anche perchè spesso le confederazioni sono coinvolte, seppure indirettamente, nella gestione del rapporto di lavoro.
  In questo settore dunque, a partire dalla giungla della logistica, la reazione dei lavoratori non è stata uniforme. Dalla rassegnazione nel settore cooperativo, quello con un rapporto clientelare più solido, ai rider, alle situazioni di crisi aziendale, la protesta è andata spesso fuori dalle righe e ha prodotto conflittualità.
  Dallo schema indicato al primo punto, cioè i grandi contratti di categoria, esce il settore dei trasporti, sia quello urbano che quello ferroviario, dove da tempo si ripetono agitazioni proclamate da sigle del sindacalismo di base. Si tratta sia di contestazioni della contrattazione confederale sia di azioni contro lo spezzettamento delle strutture e la privatizzazione. Sarebbe interessante aprire una discussione sui risultati, sul perché, nonostante la reiterazione degli scioperi, la situazione non si sblocca.
  Le considerazioni di cui sopra portano ad affrontare la discussione sul che fare? per affrontare la nuova situazione. Per prima cosa bisogna sbarazzarsi di una vecchia tradizione che si basa sul fatto che basti parlar male dei confederali per modificare i rapporti di forza. Illudersi su questo significa rinchiudersi nel proprio guscio mentre la realtà si modifica (in peggio). Allora? Esaminiamo le questioni una per una.
  Iniziamo dal sindacalismo di base. Qual è la sua funzione oggi? E' chiaro, nonostante la longevità dell'esperienza, che esso non è diventato un elemento contrattuale effettivo e vive ai margini delle relazioni sindacali tra datori di lavoro pubblici e privati e organizzazioni dei lavoratori. Ovviamente questo dipende in parte da come il potere gestisce la contrattazione dando una corsia preferenziale ai confederali. Ma su questo Landini, sapendo bene come stanno le cose nelle varie categorie del lavoro dipendente, dice che per mettersi al tavolo della contrattazione bisogna misurare la rappresentatività. Questo è il punto debole di chi si oppone alla normalizzazione.
  Se non si rimuove questa situazione non si modifica neppure il contenuto della contrattazione. E allora entra il ballo la questione del protagonismo operaio nelle vertenze sindacali. È su quello che bisogna puntare sottolineando che non è il sindacato delle tessere che deve prevalere, ma il ruolo 'erga omnes' degli accordi e quindi, in definitiva, la titolarità effettiva della rappresentanza (consigli dei delegati e uso del referendum). Di questo progetto si deve fare carico dunque principalmente il sindacato di base, rifiutando il concetto del sindacato delle tessere e affermando l'unità delle categorie.
  Ridurre il protagonismo delle sigle e dar vita a una relazione diffusa che consenta di far crescere una dimensione partecipativa. In questo contesto è necessario fare i conti con l'esistenza a dir poco scandalosa della separatezza del sindacalismo di base che così come è configurato appare come una serie di ministrutture che copiano il confederalismo e si muovono per affermare la loro esistenza.
  Infine un'ultima questione che riguarda il rapporto con le confederazioni e con i loro iscritti. Seppure è giusto ritenere CGIL-CISL-UIL responsabili in gran parte dell'attuale disastrosa condizione contrattuale, nondimeno è nostro compito superare gli steccati e utilizzare anche le loro strutture per far crescere l'autonomia di classe. Il che non significa ripetere la vergognosa pratica del sindacalismo 'di sinistra' che si limita a stare al caldo delle strutture confederali e a gestire il dissenso con qualche dichiarazione critica.

  Distribuiamo questi appunti in un'assemblea di comunisti perchè riteniamo che proprio ai comunisti spetti principalmente il compito di riflettere e di aprire la discussione.


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