SCIOPERI VIRTUALI:
A CHI SERVONO?

  Calato il polverone suscitato dai drammatici avvenimenti di Gaza dove qualcuno si è infilato pensando di lucrarci sopra, la realtà ha riportato le cose nel loro alveo naturale, nella loro vera ragione di essere. Il grande movimento che c'è stato in questi mesi, una volta ritiratasi la grande ondata emozionale, ha lasciato sul terreno i relitti di un modo di fare del tutto strumentale. Qualcuno l'ha capito, altri invece insistono. In particolare una sigla del sindacalismo di base, la USB, ha proclamato il 18 maggio uno ‘sciopero generale’ che, date le circostanze, è andato praticamente deserto. Di questo fallimento ha parlato in un comunicato critico che riportiamo [qui], il SI Cobas, uno dei sindacati di base che ha una tradizione di lotta molto dura, in particolare nel settore della logistica
  La critica rivolta alla USB dal SI Cobas è quella di aver rifiutato un rapporto unitario per la proclamazione dello sciopero generale che diverse sigle del sindacalismo di base avevano fissato per il 29 maggio che è la data, appunto, dello sciopero unitario CUB, SGB, ADL, SI COBAS, USI.
  Bisogna dire, a onor del vero, che non è la prima volta che le varie sigle del sindacalismo di base si dividono nel proclamare scioperi che vengono definiti 'generali', ma interessano solo gruppi ristretti di lavoratori, per cui menare scandalo per un comportamento ritenuto settario non ha molto senso. Semmai bisogna aprire una discussione sul vertenzialismo, cioè sul il modo di intendere le lotte e il raggiungimento dell'obiettivo che caratterizza coloro che si ritengono mandatari della base, cioè dei lavoratori.
  In primo luogo va evidenziata l'anomalia del fatto che chi considera il sindacalismo di base uno strumento unitario per i lavoratori, che si contrappone al sindacato delle tessere e del controllo dei vertici, non trovi naturale rapportarsi a strutture sindacali che hanno la stessa caratteristica. Ma cosa c'è dietro questa anomalia? La domanda è puramente retorica perché, più volte sollecitati, i sindacati di base non hanno mai voluto aderire a un codice di comportamento che obblighi chi vuole rappresentare la base ad essere vincolato a un principio oggettivo che è l'unita' dei lavoratori nella rappresentanza dei propri interessi.
  Se esistono tre confederazioni, CGIL, CISL e UIL, non è un caso, ma dipende dalla volontà politica delle forze padronali che vogliono tenere divisa la forza dei lavoratori. Allo slogan ‘uniti si vince’, le forze padronali contrappongono gli steccati tra lavoratori per piegarli alle loro esigenze. Le considerazioni fatte dal Si Cobas sulla mancanza di spirito unitario per la convocazione di uno sciopero sono dunque corrette e certi comportamenti autoreferenziali vanno stigmatizzati sempre e dovunque si manifestino. Ma alla base della questione c'è un convitato di pietra che impone un ragionamento politico sulla divisione del sindacalismo di base nel proclamare lo ‘sciopero generale’. Si tratta, in sintesi, di capire una cosa che sembra ovvia, ma che evidentemente ovvia non è: la partecipazione dei lavoratori alle decisioni, alla lotta, al rapporto tra questa e il raggiungimento dell'obiettivo.
  A questo bisogna rispondere con estrema onestà. Uno sciopero generale ha senso se i lavoratori, nell'insieme delle categorie, rispondono in massa e non può essere uno sciopero dimostrativo. Uno sciopero generale deve avere forza politica e capacità di perseguire l'obiettivo e su questo terreno bisogna anche battere la demagogia landiniana che evita le lotte vere e fa da copertura sindacale al PD.
  Bisogna quindi evitare il virtualismo degli scioperi, creare le condizioni della partecipazione unitaria dei lavoratori alle lotte e perseguire con forza l'obiettivo. Ci sembra - scusate il gioco di parole - il minimo sindacale per un sindacalismo di base.


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